Il mio porto sicuro

Teresa. 15 dicembre 1893. Freddo. Inverno. Infermeria. Vuoto dentro. Stanze che sembrano prigioni, troppo piccole, troppo caotiche. Letti adagiati l’uno a pochi passi dall'altro. Lenzuola bianche, ma che di bianco non hanno più niente. Accanto al mio letto, dove fino a pochi giorni fa c’era Andrea, ora c’è solo il vuoto di chi non può tornare.
 
Photo by: Chiara Romiti

Da tanti anni oramai sono qui rinchiusa, forse troppi, un susseguirsi di giorni uguali, di pasticche ingoiate mal volentieri e di poche persone che ti rivolgono un sorriso sincero. Uno di questi è Andrea, spostato in infermeria dal reparto Uomini, lui che voleva solo prendere aria ma che poi ha accidentalmente aperto la finestra del secondo piano per vedere se il vuoto che aveva dentro era paragonabile al vuoto fisico della gravità. L’ho conosciuto, ci siamo parlati e amati per qualche mese prima che tutto si riannebbiasse di nuovo.

Le infermiere entrano ed escono, talvolta solo per controllarci, altre volte con vassoi di cibo che non voglio mangiare, che non posso mangiare. Biscotti, latte, tè, minestra, pollo, ceci: ripercorro nella mia testa il cibo che ho ingerito associando ad ognuno il peso emotivo che ricopre nella mia testa. Il letto accanto a me è vuoto, Andrea comprendeva tutto questo. La prima volta che mi ha visto rifiutare il cibo mi fece parlare così tanto che dimenticai di contare le calorie. Quale è la mia vita? Ho dei genitori di cui non ricordo il nome né i visi, una sorella, forse, di cui non ricordo i tratti né il carattere. Il loro ricordo sta svanendo, come una fotografia che si appassisce al sole.
 
Photo by: Chiara Romiti

Mi ricordo come mi chiamo, mi ricordo la prima volta che sono stata attraversata da una scossa nervosa proveniente dalla più intima parte di me stessa, avevo poco più di cinque anni, mi lasciò senza respiro. Ricordo la prima volta che, mangiando per strada, mi sono sentita stanca e ho voluto solo essere invisibile. “Voglio essere invisibile”: quante cose si racchiudono dentro questa frase! Invisibile dalle scosse, invisibile da me stessa. Così ho smesso di mangiare e ciò che mangiavo lo rifiutavo mentalmente e fisicamente. Il dolore che sentivo, la solitudine, la paura perfino, curavo tutto con tagli sui polsi e così mi allontanavo sempre di più da loro, da tutti. Perché uno si chiede? Perché il dolore è reale, visibile, il sangue è caldo, la pelle è viva e, solo per un attimo, un centesimo di secondo, il dolore che ti porti dentro svanisce, come fosse secondario. In quel dannato attimo, io ho il controllo di me stessa, io governo ciò che sono e ciò che sento, la mia famiglia è accanto a me, mi sorride, mia sorella gioca a palla e io sono solo io, senza epilessia, senza anoressia, un guscio da riempire di emozioni. Ogni taglio chiede aiuto, urla aiuto, ma nessuno mi ha aiutato. Ho capito tardi che il mio grido di soccorso era solo nella mia testa, incomprensibile per molti, invisibile a tutti.

Al posto dei tagli, ora, si sono formate delle cicatrici, irregolari sulla mia pelle, riescono a raccontare la mia storia solo esistendo. Dove mi trovo ora, Dio solo sa dove, ho così tanto tempo per riflettere che i pensieri galoppano ad un ritmo forsennato. Sento dentro qualcosa che mi pervade, una scossa nuovamente si accende dentro di me, mi lascia senza respiro, senza conoscenza, le infermiere accorrono e mi legano le mani e piedi così da non permettermi di cadere o peggio. Mi addormento. 

Mi risveglio, davanti a me trovo il dottore, mi prescrive un’altra batteria di pillole. Altre donne, ricoverate come me, un giorno mi hanno detto che la medicina “miracolosa” si chiama bromuro di potassio e che serve per curare i dolori di testa. Io so solo che, da quando le ho prese per la prima volta, mi sembra solo di peggiorare, perdo lucidità, non riesco più a contare il cibo e perdo ripetutamente controllo, sono debole. Mi riaddormento.

Andrea, mio dolce Andrea dove sei? Quando torni? Ti prego torna! Lo cerco nei miei sogni, negli incubi e nel limbo che coesiste tra l’uno e l’altro. Lo trovo, finalmente lo trovo, prego che le infermiere, le convulsioni, i dottori non mi sveglino. Siamo al mare, è fine agosto, ho 20 anni, indosso un vestito bianco da me ricamato, i capelli lunghi biondo scuro sono raccolti in uno chignon disordinato. Andrea è accanto a me, indossa pantaloni leggeri di lino grigi, una maglietta nera, i capelli corti che incorniciano un viso straordinario. Il sole sta tramontando, la spiaggia si spopola di bambini, di persone, di voci. Resta solo una musica di sottofondo, lieve, due bicchieri di vino in mano, Andrea ha portato una bottiglia per festeggiare perché domani scappiamo insieme. 

Photo by: Chiara Romiti

Entrambi ci prendiamo un momento per specchiarci in quel calore tenue del sole così straordinariamente unico. Assaporo il momento, un attimo insignificante, solo nostro. Ad un tratto Andrea si alza, si dirige verso il mare, si toglie la maglietta, i pantaloni e capisco che vuole tuffarsi per assaporare l’ultimo raggio di sole. Così lo seguo e l’unica cosa che riesco a dire è: “Aspettami, sto arrivando!”

Photo by: Chiara Romiti

Biografia di Chiara

Il Podcast:









Commenti

Post più popolari