Il mio porto sicuro
Da tanti anni oramai sono qui rinchiusa, forse troppi, un susseguirsi di giorni uguali, di pasticche ingoiate mal volentieri e di poche persone che ti rivolgono un sorriso sincero. Uno di questi è Andrea, spostato in infermeria dal reparto Uomini, lui che voleva solo prendere aria ma che poi ha accidentalmente aperto la finestra del secondo piano per vedere se il vuoto che aveva dentro era paragonabile al vuoto fisico della gravità. Lho conosciuto, ci siamo parlati e amati per qualche mese prima che tutto si riannebbiasse di nuovo.
Mi ricordo come mi chiamo, mi ricordo la prima volta che sono stata attraversata da una scossa nervosa proveniente dalla più intima parte di me stessa, avevo poco più di cinque anni, mi lasciò senza respiro. Ricordo la prima volta che, mangiando per strada, mi sono sentita stanca e ho voluto solo essere invisibile. Voglio essere invisibile: quante cose si racchiudono dentro questa frase! Invisibile dalle scosse, invisibile da me stessa. Così ho smesso di mangiare e ciò che mangiavo lo rifiutavo mentalmente e fisicamente. Il dolore che sentivo, la solitudine, la paura perfino, curavo tutto con tagli sui polsi e così mi allontanavo sempre di più da loro, da tutti. Perché uno si chiede? Perché il dolore è reale, visibile, il sangue è caldo, la pelle è viva e, solo per un attimo, un centesimo di secondo, il dolore che ti porti dentro svanisce, come fosse secondario. In quel dannato attimo, io ho il controllo di me stessa, io governo ciò che sono e ciò che sento, la mia famiglia è accanto a me, mi sorride, mia sorella gioca a palla e io sono solo io, senza epilessia, senza anoressia, un guscio da riempire di emozioni. Ogni taglio chiede aiuto, urla aiuto, ma nessuno mi ha aiutato. Ho capito tardi che il mio grido di soccorso era solo nella mia testa, incomprensibile per molti, invisibile a tutti.
Andrea, mio dolce Andrea dove sei? Quando torni? Ti prego torna! Lo cerco nei miei sogni, negli incubi e nel limbo che coesiste tra luno e laltro. Lo trovo, finalmente lo trovo, prego che le infermiere, le convulsioni, i dottori non mi sveglino. Siamo al mare, è fine agosto, ho 20 anni, indosso un vestito bianco da me ricamato, i capelli lunghi biondo scuro sono raccolti in uno chignon disordinato. Andrea è accanto a me, indossa pantaloni leggeri di lino grigi, una maglietta nera, i capelli corti che incorniciano un viso straordinario. Il sole sta tramontando, la spiaggia si spopola di bambini, di persone, di voci. Resta solo una musica di sottofondo, lieve, due bicchieri di vino in mano, Andrea ha portato una bottiglia per festeggiare perché domani scappiamo insieme.
Photo by: Chiara Romiti
Entrambi ci prendiamo un momento per specchiarci in quel calore tenue del sole così straordinariamente unico. Assaporo il momento, un attimo insignificante, solo nostro. Ad un tratto Andrea si alza, si dirige verso il mare, si toglie la maglietta, i pantaloni e capisco che vuole tuffarsi per assaporare lultimo raggio di sole. Così lo seguo e lunica cosa che riesco a dire è: Aspettami, sto arrivando!
Photo by: Chiara Romiti






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