Libertà - fuori da ogni tempo e spazio

Siena, 31 Gennaio 1876. 

È freddo, tira un vento gelido che ti penetra nelle ossa. Sono stanco, mi sento debole, tre uomini mi stanno parlano ma non riesco a ascoltarli e a prestare attenzione a ciò che dicono. Sono sicuro però di non essere a Volterra. Improvvisamente mi trovo in una stanza dalle pareti bianche segnate da qualche crepa.

Qualcuno mi sta perseguitando, ne sono sicuro. Cerco di strapparmi i vestiti di dosso, voglio fuggire. Ma non ci riesco. Mi accascio e inizio a sbattere la testa contro il pavimento: voglio essere altrove, fuori da questa stanza dalle pareti bianche piene di crepe. D’improvviso entra nella stanza un uomo alto, robusto con i capelli scuri e folti. Mi prende i polsi, li stringe forte perché vuole che mi calmi. Osservo che ha un orologio grande al polso, forse d’oro. Provo a dimenarmi ma non ci riesco, l’uomo che ho scoperto chiamarsi Maurizio, stringe più forte. Mi rassegno e mi butto a terra. Maurizio esce e mi stendo sul letto presente nella stanza. È un letto gelido, ha una coperta verde sopra che a fatica mi copre tutto. Provo a chiudere gli occhi ma senza riuscirci. Vorrei fumare. Sento l’odore della terra, della legna, dei boschi. Quei boschi dove per anni ho lavorato con fatica. Quella boschi che mi hanno portato qui. Castagneto, il paese dove lavoravo non lo ricordo bene, nella mia mente tutto è sfocato, faccio fatica a ricordare quei luoghi dove ho lavorato. Ma ricordo bene l’odore di quella terra fresca, di quei boschi pieni di alberi, abeti per l’esattezza, che erano folti ed alti grazie a quel suolo, alla luce che vi splendeva e a quell’aria fresca. 

Crescevano in fretta, veloce. Così come la vita che passava. Ma che cosa è la vita in fondo? Me lo sono sempre chiesto nell’ultimo anno. Quanto è importante la vita? Davvero io volevo toglierla ad un’altra persona come me? Ma Alberto non era come me. Anche se io non so più chi sono. Quando sono arrivato a Castagneto volevo lavorare, guadagnarmi da vivere. Alberto invece ci sfruttava, ci faceva lavorare a giornate intere ininterrottamente, al freddo e al gelo senza vestiti abbastanza coprenti. Se provavamo a controbattere arrivava con il bastone e ci urlava contro di non smettere. Mi aveva tolto tutta la volontà che avevo di crearmi un futuro, mi aveva tolto tutto. E forse è per questo che io volevo togliere a lui tutto: la vita. Non so se davvero ci ho mai provato o sono soltanto degli incubi ricorrenti che faccio. Io però lo sento: la sua presenza che mi perseguita, che mi urla contro. Come adesso. Ed io cerco di fuggire, di non sentirlo. Provo ad urlare ancora più forte per non sentire la sua voce, ma non va via. Mi butto a terra, mi strappo i vestiti di dosso e sbatto la testa contro le pareti. Finisce tutto quando entra nuovamente Maurizio nella stanza. Passano le ore, i giorni, i mesi. Io sono sempre qui, chiuso in queste pareti bianche. La testa riesce ad immaginare solamente le stesse cose. Non riesco ad uscire da questi incubi. Questi sono i miei soli ricordi. Maurizio però è gentile con me, capisco che cerca di aiutarmi. Ha provato diverse volte a farmi uscire, mi ha portato in una piazzetta situata all’esterno. Vedo tante persone, ma io non riesco ad avvicinarmi a nessuno. Sono tutte diverse ma hanno una cosa in comune: la stessa malinconia negli occhi. Le osservo, provo a soffermare lo sguardo su alcuni di loro ma la mia testa si rifiuta, non riesce a stare in questo luogo. È altrove e vuole essere libera. Improvvisamente avverto un fastidio sulla testa e mi ricordo che Maurizio mi ha coperto, mi ha dato un berretto per ripararmi dal freddo invernale. 

 Mi dimeno, voglio togliermi quei vestiti e quel cappello che è identico a quello che indossava Alberto mentre io ed i miei colleghi stavamo al freddo a lavorare senza tregua. Maurizio corre verso di me e mi riporta dentro la mia stanza. Mi guarda fisso negli occhi e dopo un lungo sospiro mi propone di iniziare a lavorare spiegandomi che secondo lui potrebbe essere un’ ottima occupazione per me, per svagarmi e non pensare. Io lo guardo e rifiuto. Non ho voglia di fare niente, sono debole e senza forze. Chiudo gli occhi e quando li apro dopo due minuti mi trovo in un’altra stanza, circondato da persone che a prima vista sono malate. Forse lo sono anche io? Arriva verso di me una donna alta, robusta con i capelli biondi. Mi misura la febbre e dice a Maurizio che ho la temperatura è alta. Io voglio solo fumare perché mi rilassa.

La sigaretta che lentamente brucia e diventa cenere. Come cenere voglio che diventino tutti i ricordi da cui non riesco a liberarmi. Nella mia stanza dalle pareti bianche aspetto la libertà che mi spetta. Intrappolato nel passato, voglio uscire fuori da quella dimensione, andare oltre anche a questo presente. Voglio solo essere libero. Ma quanto costa questa libertà? Questa è la domanda che ricorre nella mia mente durante le mie giornate, i mesi e gli anni. Ed è questa la domanda che mi divora lasciandomi senza forze imprigionato in questo tempo e spazio.
 
 
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