Una carrozza chiamata libertà
UNA CARROZZA CHIAMATA LIBERTA'
La folle storia di Costantino e Domenico
Mi chiamo Costantino Pinelli, sono nato e cresciuto a Pisa, ma da quando i miei nipoti hanno preso il podere di famiglia, sono arrivato qui a Siena. Dicono che sono malato, che ho problemi mentali… sarà forse perché chi sogna di trasferirsi e cambiar vita, è considerato un matto? Certo però che questa città è parecchio diversa, parlano in modo diverso, ridono perfino in maniera diversa, chissà se si soffre allo stesso modo, qui. Me ne sto in un angolo a pensare a quanto vorrei un po' di compagnia, ma non queste infermiere che ad ogni ora ti chiedono “vuoi fare una passeggiata qui nel giardino?” o gli altri “abitanti” (sì perché qui noi siamo abitanti di un grande villaggio, siamo un mondo a parte) che mi ripetono “è così grande il San Niccolò! Puoi fare di tutto al San Niccolò!”. Ma cosa intendete voi per “tutto?"
Video by: Imma Iodice e Camilla Laurenti
È fine giugno, il cielo è sereno, ma dentro di me io vedo solo il grigio delle nuvole, anche se fuori c’è il sole. Penso che vorrei che entrasse il fuori, e uscisse il mio dentro. Comunque, c’è fermento. Vedo medici e infermieri correre avanti e dietro dal Padiglione (che ancora non ho capito a che serve!) alle nostre stanze. Sembra sia arrivato un nuovo inquilino! Gli viene dato il letto accanto al mio e credo gli sia stata affidata la produzione di farina, anche se non sembra molto contento. Prima di mettermi a letto, lo vedo affacciato alla finestra e approfitto per parlargli: si chiama Domenico Rossi; moglie e figlia lo hanno mandato qui perché, dopo essere caduto, ha iniziato ad avere vertigini continue, anche se è convinto che lo abbiano fatto solo per liberarsi di lui. Non è molto loquace, a volte sembra disorientato. Ho sentito dire da un dottore che i sentimenti affettivi di Domenico sembrano non essere vivi per nessuno. Che ne sanno, forse è solo arrabbiato.
È passata una settimana da quando Domenico è entrato e oggi lavoriamo insieme al mulino: io sulla destra con i sacchi di farina, lui a sinistra alle prese con la macina. Improvvisamente, vedo il sacco scaraventarsi a terra e Domenico che urla: “Basta, non voglio più lavorare! L’ho fatto per una vita e non voglio farlo anche qui!”. Istintivamente mi avvicino e penso ad un’idea brillante: fingiamoci davvero malati così da evitare qualsiasi lavoro! Domenico è entusiasta. Decidiamo di non parlare se non emettendo solo qualche sillaba e a non reggerci più sulle gambe, costretti a stare perennemente a letto. Ci portano in infermeria, ci danno qualche farmaco – i farmaci riescono a calare il silenzio sul mondo - e ci lasciano per conto nostro. Ora possiamo finalmente parlare, siamo soli. Domenico a Siena ci è cresciuto, così approfitto per farmi raccontare qualcosa in più sul Palio. Tra suoni di tamburi, bandiere che sventolano e cavalli che corrono, mi chiedo se riuscirò mai a vivermelo.
Photo by: Imma Iodice e Camilla Laurenti
Mentre mi perdo nei pensieri, Domenico mi riporta alla realtà. Guai a te, Domenico! Ti sei alzato dal letto e il medico ti ha visto. Non so se avrà pensato che siano stati i farmaci o un miracolo, fatto sta che ti dichiarano guarito e ti dimettono. So che forse non ti rivedrò più, e devo (forse) ammettere che va bene così.
Già un mese che sei andato via e io piuttosto mi fingo afasico. Quello che mi accade mi rende totalmente indifferente ed apatico.
Photo by: Imma Iodice e Camilla Laurenti
Stamattina, però, l’inaspettato: sei tornato. È tornato Domenico! Accenni un sorriso e mi dici “Finalmente, io non ne potevo più! Mia moglie mi dava ordini, qui invece faccio quel che mi pare!” Può sembrare aberrante, ma questo posto alla fine, per noi, è una sorta di cuccia di protezione. Già. Vedo una luce nei suoi occhi. “C’è un tunnel – non so se servisse ai soldati – ma porta dalla lavanderia fin sotto Fontegaia! Stanotte, quando tutti dormiranno, io ti porterò fuori da qui, ce ne scappiamo!” Sono rimasto immobile. Scappare? Mi spaventa, ma non voglio perderlo.
Sono le due del mattino e le luci sono spente. Domenico strappa il lenzuolo dal letto e lo usa per nasconderci acqua, una torcia e qualche provvista. Scendiamo le scale, in punta di piedi e arriviamo ai sotterranei: eccola lì, la grande porta “vietata”. Con un calcio, la apriamo.
Ecco anche il tunnel. Sembrava non avessimo forza, eppure ci si è presentata tutta insieme, questo è quello che succede quando desideri qualcosa ardentemente. Dopo non so quanto tempo a camminare, uno spiraglio di luce: davanti ai nostri occhi, la maestosità di Piazza del Campo. Non riesco a trattenere le lacrime di fronte a tanta bellezza.
Abbiamo deciso: la Torre sarà non solo la nostra casa, ma anche la nostra vedetta. Noi vediamo tutto, riusciamo quasi a toccare il cielo, e per gli altri invece sembriamo non esserci.
Con il passare del tempo, cresce in noi anche la paura di essere scoperti. Ma il destino ha sempre qualcosa in serbo. Da lassù, vediamo una carrozza fermarsi proprio sotto di noi, come a dire “è il vostro momento”. Evidentemente, non siamo stati così male. Forse, dopo tanta fatica, ce lo siamo meritato. In un attimo, mi ritrovo a galoppare accanto a lui. “E adesso cosa facciamo?”, chiedo. “Tutto quello che vuoi, Costantino. Siamo liberi!”.
E in questa libertà, il grigio, quello che avevo dentro, io l’ho lasciato andare e sono riuscito a far entrare tutti i colori. Grazie, vita. Grazie, amico mio.
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